Go Inside Journal

La mia storia con Ujjain

Dieci anni prima di sapere che sarebbe diventata casa

Ci sono arrivata la prima volta quasi dieci anni fa, durante un viaggio in Madhya Pradesh. Quella tappa, che sembrava marginale nell’itinerario, sarebbe diventata il centro della mia vita. Ci sono due città in India che, fin dal primo istante, mi hanno fatto sentire dentro una dimensione diversa — capaci di toccare qualcosa che le parole faticano a raggiungere. Varanasi e Ujjain. Le toccai entrambe per pochi giorni. Un tempo breve, sufficiente però a sentire che qualcosa, dentro, si stava muovendo. Queste città parlano a un livello che la mente razionale non raggiunge. Quello che iniziano a smuovere richiede tempo per affiorare. Quando poi ho deciso di trasferirmi in India, quel movimento iniziale era ancora lì, e con lui il bisogno di tornare. Così sono iniziati cinque anni di ritorni continui — viaggi su viaggi tra Varanasi e Ujjain. Tra la Maya e il tempo.

Varanasi: imparare ad accettare la fine

Sono partita con una valigia piccola e un biglietto di sola andata. Ho imparato a vivere con poco, in una casa spartana. Era la condizione in cui Varanasi mi metteva, e l’ho accolta. Puoi capire chi sei quando vedi un corpo bruciare a Manikarnika. L’ho visto molte volte. Per quanto possa sembrare crudo raccontarlo così, per me è stato sorprendentemente naturale. Varanasi mi ha lasciato accettare, con una facilità che non mi aspettavo, che abbiamo una data di scadenza. Che questo corpo fisico avrà una fine. C’è qualcosa di liberatorio in quella resa. I fuochi di Manikarnika restituiscono più di quanto tolgano. Varanasi mi lascia dormire.


Ujjain: il compito che resta dopo aver accettato la fine

Ujjain è stata diversa. Più difficile. E per molto tempo ho cercato le parole per spiegare perché. Ora credo di averlo capito: fare pace con la fine del corpo è un movimento. Restare dentro quel corpo — dentro la Maya, dentro l’illusione del mondo manifesto — e fare i conti con quello che in sanscrito si chiama il Grande Tempo, è un movimento completamente diverso, molto più sottile. Il tempo di cui parlo qui non è quello che finisce con la morte. È il tempo che scorre mentre sei ancora vivo, ancora dentro le cose, ancora soggetto alla sua corrente.Varanasi mi lascia dormire. Ujjain mi tiene sveglia. Mi riempie di sogni, mi porta nel passato, nel futuro — in un tempo in cui il tempo stesso si dissolve. Credo sia stato il passo naturale successivo di questo cammino. Accetto che questo universo sia Maya. Accetto quei fuochi, quella cenere, quella fine. E allora resta una domanda, forse la più urgente di tutte: come vivo, da adesso in poi, con il tempo orizzontale — quello che scorre, che consuma, che rincorre gli obiettivi — senza esserne consumata? Come convivo con la paura del suo scorrere?

La sfida più difficile: il comfort senza esserne schiavi

C’è un’idea diffusa — quasi un cliché — secondo cui il percorso spirituale coincide con la rinuncia. Meno hai, più sei libero. È stata anche la mia esperienza a Varanasi: la valigia piccola, la casa scomoda, un distacco che arriva quasi naturale quando possiedi poco da cui distaccarti. Ujjain mi ha chiesto altro. Mi ha chiesto di tornare — nella qualità della vita, non geograficamente — verso il comfort che avevo lasciato in Italia. Con una consapevolezza diversa, questa volta. La domanda che Ujjain mi pone ogni giorno è più scomoda di “riesco a vivere con niente?”: come si vive nel benessere senza esserne schiavi? Come si vive lasciando che il tempo e il successo restino strumenti, invece che padroni? Rinunciare a tutto è, per certi versi, la strada più semplice. Restare dentro l’abbondanza — dentro il lavoro, il denaro, la costruzione di qualcosa — mantenendo la libertà da quella stessa abbondanza: questa è la prova più difficile che Ujjain mi ha messo davanti. Ed è una prova che sto ancora affrontando, oggi, ogni giorno.

Perché tutto questo è diventato Kalākāya

Kalākāya è nata da dieci anni di ritorni, cinque anni di viaggi tra due città che lavorano su piani diversi della stessa domanda, e oggi una vita costruita dentro quella domanda ancora aperta.

Kala è il tempo. Kaya è il corpo. Il metodo che ho costruito offre una cornice, un rito, uno spazio protetto per fare questo stesso lavoro — quello di restare dentro il tempo, dentro la Maya, senza esserne travolti. La trasformazione vera avviene dentro chi attraversa quello spazio, nel lavoro interiore che sceglie di fare mentre lo vive. Ujjain, per me, resta il luogo in cui quel lavoro trova terreno fertile. Lì il tempo si comporta diversamente, e quella differenza rende visibile qualcosa che nella routine quotidiana resta spesso nascosto sotto la superficie.

Quest’anno, un solo gruppo

Quest’anno a Capodanno ho scelto di offrire una sola cosa: un tour di gruppo, un unico viaggio, dal 27 dicembre al 2 gennaio.

Voglio darvi lo stesso spazio che io ho avuto — e sto ancora usando — per fare i conti con le stesse domande che mi hanno tenuta sveglia in questi anni. Cosa ne farete, di quello spazio, dipende da voi: il rito, i sei Tempi, i luoghi sacri di Ujjain sono la cornice. Il lavoro, dentro, resta vostro.

KALAKAYA 27 dicembre 2 Gennaio UJJAIN CLICCA QUI PER UNIRTI A NOI