Prima di partire – La Serie
5 – Guardare senza spiegare
Quello che facciamo quasi sempre, quando guardiamo qualcosa, è interpretare. In una frazione di secondo la mente prende quello che vede e lo categorizza, lo giudica, lo inserisce in una narrativa già esistente. Questo è bello. Questo è strano. Questo non lo capisco. Questo mi disturba. Questo assomiglia a qualcosa che ho già visto. Questo è diverso da come me lo aspettavo. L’interpretazione è utile. Ci permette di funzionare nel mondo senza impiegare ore su ogni decisione. Ma è anche un filtro è un filtro, per definizione, esclude. Esclude quello che non rientra nelle categorie esistenti, quello che è troppo sottile per essere catturato immediatamente, quello che ha bisogno di tempo per mostrarsi. In India il filtro dell’interpretazione immediata funziona ancora peggio del solito, perché moltissimo di quello che si incontra appartiene a sistemi simbolici, rituali e culturali che non si lasciano leggere con le categorie occidentali. Se interpreti subito, interpreti male e poi organizzi tutta l’esperienza intorno a un’interpretazione sbagliata.
Il ritardo deliberato
Vedi qualcosa che non capisci , può un rituale, un comportamento, una scena di strada e invece di cercare immediatamente di sapere cos’è, ti fermi un momento in quello stato di non-sapere. Cosa noti di più, quando sospendi il giudizio? Cosa ti arriva , fisicamente, emotivamente, sensorialmente, quando smetti di categorizzare e lasci che l’esperienza ti attraversi prima di analizzarla?
Spesso è da quel momento che emergono le osservazioni più interessanti. La mente, senza la stampella dell’interpretazione immediata, inizia a percepire con più finezza. I dettagli che normalmente vengono scartati perché non rilevanti per la narrativa diventano visibili. Le connessioni che la mente analitica non avrebbe fatto da sola appaiono da sole. Darsi il tempo di vedere prima di giudicare.
Il taccuino delle domande
Portane uno , usalo in modo diverso da come hai sempre usato un diario. Ogni sera, scrivi una cosa che non hai capito durante il giorno. Non quello che hai visto, non quello che hai fatto, non quello che hai provato. Qualcosa che non hai capito: un gesto, una reazione , una scena o una sensazione che non ha ancora un nome. Una domanda, non una risposta. Le domande buone, in India, arrivano solo quando si smette di correre verso le conclusioni. Il taccuino è lo spazio in cui le domande possono aspettare senza pressione di diventare risposte.
Guardare senza fotografare
La fotografia fa qualcosa di sottile: ti trasforma da testimone in documentarista. Quando sei in modalità documentarista una parte di te è già altrove: nella condivisione futura, nella valutazione dell’immagine, nella costruzione del racconto. Quando assisto all’Aarti sul Gange senza fare una sola foto , quello che vedo in quei quaranta minuti è diverso da quello che ricordo di aver visto nelle volte in cui sto anche fotografando. Prova, ogni tanto, a fare prima una cosa e poi l’altra. Guardare davvero prima di documentare. Ci sono momenti in India che meritano la tua presenza intera : la cerimonia dell’Aarti, i crematori nell’alba silenziosa, il rituale del mattino al Mahakaleshwar. Lasciali entrare nel corpo prima che nell’archivio.
SE VUOI VIVERE QUESTO
Kashi & Ujjain due chiavi per liberare l anima
Un percorso binario. Due modi diversi di imparare a guardare senza spiegare e a stare nell’incomprensione come se fosse uno spazio, non un problema. → indiainviaggio.it

