Prima di partire – La Serie
2 –Il disagio è una direzione
A volte non ci si trova a proprio agio, a volte non si sta bene, a volte si sta seduti su un ghat alle sei di mattina e non si capisce niente, né quello che si vede, né quello che si sente, né perché si è venuti fin qui. Non ci si innamora dell’India e basta, non funziona così, o almeno non sempre. A volte si rimane seduti ad aspettare qualcosa che non arriva , talvolta si è stanchi in modo che non assomiglia alla stanchezza normale. A volte un luogo che dovrebbe essere bello ti mette invece una strana tensione addosso e non sai da dove viene. Nella vita quotidiana trattiamo questi stati come problemi da risolvere o segnali che qualcosa non va e che bisogna cambiare qualcosa per tornare a stare bene. Il rimedio di solito è l’azione : spostarsi, distrarsi, chiamare qualcuno, fare qualcosa di diverso. In viaggio , e in particolare in India , questo riflesso porta spesso a scappare esattamente dai momenti più importanti.
Cosa genera il disagio vero
Il disagio di fronte a qualcosa che non capisci è quasi sempre il segnale che stai incontrando qualcosa di reale. Qualcosa che non rientra nelle categorie che già possiedi. Quelle categorie ,il modo in cui sei abituata a leggere il mondo, a classificare le esperienze, a dare un nome a quello che senti , per aprirsi a qualcosa di nuovo devono prima fare spazio. Fare spazio fa un po’ male. È la stessa sensazione di quando un muscolo si allunga oltre quello a cui è abituato: uno sforzo, non un danno. Ho visto persone attraversare momenti di vero disorientamento a Varanasi , il tipo di disorientamento in cui non sai più molto bene dove sei, chi sei, cosa stai cercando , e tornare da quei momenti diversi. Non trasformati in modo spettacolare. Semplicemente con qualcosa che prima era rigido e poi non lo era più: domanda nuova o una certezza in meno .Il rispetto autentico per un paese come l’India non nasce dall’entusiasmo bensì dal cambiamento di sguardo. E cambiare sguardo passa anche attraverso il disagio, il non capire, il non stare bene.
Come si riconosce la fuga
La fuga raramente si presenta come tale. Si presenta come stanchezza improvvisa che arriva proprio mentre stai per entrare in un posto difficile, come mal di testa che si manifesta nei momenti sbagliati oppure come bisogno urgente di controllare il telefono, di fare una videochiamata a casa, di leggere qualcosa di familiare, di trovare qualcosa di buono da mangiare. Ognuno ha il suo meccanismo preferito. Alcuni diventano ipersociali, parlano molto, cercano compagnia, riempiono ogni silenzio. Altri diventano silenziosi in un modo che non è pace ma chiusura. Altri ancora si concentrano sulla logistica, sull’organizzazione, su tutto quello che c’è da fare , così non devono essere presenti a quello che c’è. La cosa utile è imparare a riconoscere il proprio meccanismo prima di partire. Perché in India arriva, quasi sempre. E quando arriva, poter scegliere , invece di reagire in automatico , cambia tutto.
Una domanda da tenere con sé nei momenti difficili: cosa sto evitando?
Cinque minuti in più
Cinque minuti in più nel rituale che non capisci. Un respiro più lungo nel luogo che ti disturba. La decisione di non alzarsi subito, di non cercare subito la prossima esperienza, di restare un momento con quello che c’è , anche se quello che c’è è confusione, o fatica, o la sensazione di non capire niente.In quei cinque minuti in più, a volte, qualcosa si apre. Un’osservazione più fine. Una domanda che non avevi ancora formulato. Una sensazione che non avresti raggiunto se te ne fossi andata subito.A volte quei cinque minuti passano e niente si apre. La disponibilità a restare , anche quando è scomodo, anche quando la mente insiste per andare altrove , è una delle pratiche più utili che puoi portare in India.
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